sábado, 22 de septiembre de 2012

DOMINGO XXV TIEMPO ORDINARIO B


Essere ultimo e servo di tutti mons. Antonio Riboldi
Ci sono piaghe dolorose, che ci portiamo addosso tutti e che ereditiamo dal peccato originale. Nel paradiso terrestre, che ci era stato donato, dove regnava l'amore pieno, mise piede un giorno il serpente. Dio permise che i nostri progenitori fossero messi alla prova, perché così è giusto che sia, nella natura dell'amore, che è libero: una prova che consisteva nella scelta tra Dio e se stessi. Obbedienza e umiltà o orgoglio e superbia.
Sappiamo tutti come finì. Davanti alla tentazione di poter 'essere come Dio', solo attraverso la disobbedienza, non seppero resistere al fascino maledetto che è 'sentirsi grandi e potenti, come dei'. Non si accetta la realtà del nostro essere creature: l'uomo in sé è davvero piccolo e misero, insufficiente, ed acquista bellezza e dignità solo se sa riconoscere la sua miseria e fa posto a Chi è grande e da Cui sgorga la vera grandezza.
È terribile il male della superbia. È tragica la corsa che si fa in ogni capo per affermare una grandezza che è solo esteriore, se non addirittura dannosa. Così abbiamo le 'grandi potenze', i 'grandi' della terra, i 'famosi', ma tutti constatiamo come spesso questa 'corsa' produce solo tanta povertà e tanta, ma tanta, gente che è umiliata, al punto da sentirsi ed essere considerata nulla: l'esercito dei miseri e dei poveri della terra, sgabello dei cosiddetti 'grandi'.
Dobbiamo essere sinceri con noi stessi: chi di noi non sente il 'veleno' del serpente, che è l'orgoglio? Nessuno vuole vestire l'abito 'dell’ultimo', ma solo quello 'del primo'... anche se poi la vera grandezza si scopre proprio negli ultimi: 'Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente, perché ha guardato all'umiltà della Sua serva', proclama Maria SS.ma. Fa sempre tanta pena incontrarsi con chi non fa proprio nulla per nascondere la sua superbia, così come è quasi un toccare con mano la bellezza del Cielo, vivere ed incontrare chi ha il divino candore dell'umiltà, sa riconoscere il proprio nulla - pur essendo magari ricco di qualità e pregi umani - e fa posto a Chi davvero è tutto, diventando 'gloria del Dio vivente'.
È il Vangelo di oggi, come la lettera di Giacomo, ad aiutarci ad entrare nel mondo degli 'ultimi', che agli occhi di Dio sono 'i primi'. Narra l'evangelista Marco: "Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Istruiva i suoi discepoli e diceva loro: 'Il Figlio dell'uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno: ma una volta ucciso, dopo tre giorni, risorgerà'. Ma essi non comprendevano queste parole e avevano timore di chiedergli spiegazione. Giunsero intanto a Cafarnao. E quando fu in casa chiese loro: 'Di che cosa stavate discutendo lungo la via?: Ed essi tacevano.
Per la via infatti avevano discusso tra di loro chi fosse il più grande. Allora, sedutosi, chiamò i dodici e disse loro: 'Se uno di voi vuol essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servo di tutti. E preso un bambino lo pose in mezzo e abbracciandolo disse loro: 'Chi accoglie uno di questi bambini, accoglie me, ma chi accoglie me, non accoglie me, ma Colui che mi ha mandato". Queste ultime parole mi fanno passare davanti agli occhi tanti bambini del nostro tempo, non nati, rifiutati, affamati, percossi, rimandati, dopo giorni sui barconi degli immigrati, senza capire, a morire 'a casa loro!
Di fronte a questi bambini, per noi a nulla valgono le parole di Gesù: 'accogliendoli, non accogliete Me, ma Colui che mi ha mandato'. Mi incontrai un giorno con alunni di una scuola media, per un 'botta e risposta spontaneo, che svelasse ciò che gli adolescenti pensano della vita, della fede, di tutto insomma. Erano ragazzi e ragazze, che nulla facevano per nascondere il loro 'culto del benessere'. Forse papà e mamma erano persone 'importanti'. Il dialogo si avviò con difficoltà, anche perché i ragazzi non sapevano cosa chiedere ad un vescovo, tanto più che ero stato presentato come uno 'che sta dalla parte degli ultimi' e, amando i poveri, passavo per 'un povero Cristo'.
Tentai allora di avviare un dialogo con la descrizione dei valori della vita e, soprattutto, del grandissimo valore della presenza di Gesù nella nostra esistenza. Gli occhi di quegli adolescenti erano puntati su quello che dicevo e per loro era davvero un discorso duro e sconosciuto. A bruciapelo feci questa domanda: 'Chi vorrete essere nella vita da grandi?'. In coro fecero nomi di persone ricche e famose, che per lo più non conoscevo.
Credendo di non essere stato capito, formulai in altro modo la domanda: 'Ammettiamo che voi desideriate veramente la vostra felicità, che è nella grandezza di essere figli di Dio. Vorreste essere come S. Francesco d'Assisi, che da ricco divenne povero per sua scelta, o come uno sceicco (miliardario)  d'Arabia che da povero divenne ricchissimo e famoso?'. Questa volta la risposta fu fulminea e quasi corale: 'Lo sceicco!'. Quello che ho raccontato potrebbe sembrare un fatto isolato, che riguarda solo alcuni, che vanno compassionati. Ma nella storia dell'umanità si è sempre giocato al tragico 'essere primo', ossia il più importante, riducendo il senso della vita al potere, al successo, al prestigio. Lo stesso Gesù, nel deserto, fu tentato da satana a fare la parte del 'grande'.
E furono tentati gli stessi discepoli, che non capivano il discorso di Gesù, che parlava di crocifissione, ossia consumarsi tutto, essere umiliato fino alla morte, per farci dono poi della resurrezione. Cosi parlava dell'umiltà Paolo VI? L'uomo, nella concezione e nella realtà del cattolicesimo, è grande, e tale deve sentirsi nella coscienza, nel valore della sua opera, nella speranza del suo finale destino. Ma i suoi pensieri, il suo stile di vita, il so rapporto con i suoi simili, gli impone nello stesso tempo di essere umile. Che l'umiltà sia una esigenza, potremmo dire costituzionale, della psicologia e della moralità del cristiano, nessuno potrà negarlo.
Un cristiano superbo è una contraddizione nei suoi stessi termini. Se vogliamo rinnovare la vita cristiana, non possiamo tacere la lezione e la pratica dell'umiltà... L'apparente contraddizione fra umiltà e dignità del cristiano, ha nel Magnificat, l'inno di Maria SS.ma, l'umile tra tutte le creature, la più alta soluzione. E la prima soluzione è data dalla considerazione dell'uomo davanti a Dio. L'uomo veramente religioso non può non essere umile. L'umiltà è verità. S. Agostino che dell'umiltà ha un concetto sempre presente nelle sue opere, ci insegna che l'umiltà è da collocarsi nel quadro della verità. Siamo piccoli e per di più siamo peccatori. - scrive S. Pietro - sotto la mano potente di Dio, affinché vi esalti nel tempo della sua visita; ogni nostra ansietà deponetela in Lui, perché Lui ha cura di voi'.
Sono due i malattie della psicologia umana, colpevoli delle rovine più estese e più grandi dell'umanità: l'egoismo e l'orgoglio. È allora che l'uomo fa centro su se stesso nella estimazione dei valori della vita: egli si fa primo, egli si fa unico. La sua arte di vivere consiste nel pensare a se stesso e nel sottomettere gli altri. Tutti i grandi disordini sociali e politici hanno nell'egoismo tante capacità d'azione, ma l'amore non c'è più? (febbraio 1975).
Saremo capaci di accogliere l'invito di Gesù a svestire gli abiti effimeri e bugiardi dell'orgoglio, per indossare l'abito semplice dei bambini? È qui davvero il segreto della nostra gioia, della speranza che questa umanità torni a ritrovare quella pace, che solo un cuore da bambino sa creare. E davvero fa bene, tanto bene, incontrare nella vita fratelli e sorelle di una tale semplicità di animo, che ti ridonano la bellezza di vivere con amore e per amore, e ti fanno vedere il Cielo che è ancora sopra di noi, tra di noi.
Accogliamo l'invito dell'apostolo Giacomo: "Carissimi, dove c'è gelosia e spirito di contesa, c'è disordine e ogni sorta di cattive azioni. La sapienza che viene dall'alto, è anzitutto pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, senza parzialità, senza ipocrisia. Un frutto di giustizia viene seminato nella pace per coloro che fanno opera di pace.
Da che cosa derivano le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che combattono nelle vostre membra? Bramate e non riuscite a possedere e uccidete; invidiate e non riuscite ad ottenere, combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete, chiedete e non otterrete perché chiedete male, per spendere per i vostri piaceri!" (Gc. 3, 16)
Una dura lezione, ma necessaria esortazione a diventare tutti quei 'piccoli, o 'ultimi' del Vangelo, per assaporare la gioia del cuore dei bimbi, che sanno vedere ancora la bellezza del Cielo.
P. Martin fsa 

domingo, 22 de abril de 2012

Tiempo de Pascua

Pascua es la más antigua y la más grande de las fiestas cristianas; más importantes incluso que Navidad. Su celebración en la vigilia pascual constituye el corazón del año litúrgico. Dicha celebración, precedida por los cuarenta días de cuaresma, se prolonga a lo largo de todo el período de cincuenta días que llamamos tiempo pascual. Esta es la gran época de gozo, que culmina en la fiesta de pentecostés, que completa nuestras celebraciones pascuales, lo mismo que la primera fiesta de pentecostés fue la culminación y plenitud de la obra redentora de Cristo.
El calendario romano general proporciona una clave para la comprensión de esta época en su sección sobre el tiempo pascua. Los cincuenta días que van desde el domingo de resurrección hasta el domingo de pentecostés han de ser celebrados con alegría y exultación, como si se tratara de un solo y único día festivo; más aun, como un "gran domingo". Estos son los días en los que principalmente se canta el Aleluya.
Es una descripción muy significativa. Demuestra claramente que hoy la Iglesia interpreta la pascua y sus resultados exactamente en el mismo sentido que lo hacía la Iglesia de la antigüedad. En esta interpretación de la pascua, el nuevo calendario es todavía más tradicional que el anterior. Explicaremos por qué.
Antes de la reforma del calendario y del misal, el tiempo de pascua era presentado como apéndice de la pascua más que como parte intrínseca de la misma celebración pascual y su continuación durante todo el período de cuarenta días. Los domingos que seguían se llamaban domingos después de pascua, y no domingos de pascua, como se los designa actualmente. Era realmente un tiempo de carácter jubiloso y festivo; pero no se lo podría definir como una celebración ininterrumpida del día mismo de pascua.
Este período pertenece a la parte más antigua del año litúrgico, que, en su forma primitiva (siglo III), constaba simplemente del domingo, el triduo pascual y los cincuenta días que seguían al domingo de pascua, llamados entonces pentecostés o "santo pentecostés". El nombre no se refería, como ahora, a un día concreto, sino a todo el período.
Pentecostés era una larga y gozosa celebración de la fiesta de pascua. Todo el período era como un domingo, y para la Iglesia primitiva el domingo era sencillamente la pascua semanal. Los cincuenta días se consideraban como un solo día, e incluso se los designaba con el nombre de "el gran domingo" (magna dominica). Cada día tenía las características de un domingo; se excluía el ayuno, estaba prohibido arrodillarse: los fieles oraban de pie como signo de la resurrección, y se cantaba repetidamente el Aleluya, como en pascua.
En cierta manera hemos de recuperar el espíritu del antiguo pentecostés y el sentido de celebración, que no se conforma con un día, ni siquiera con una octava, para celebrar la pascua, sino que requiere todo un período de tiempo. Hemos de verlo como un todo unificado que, partiendo del domingo de pascua, se extiende hasta la vigilia del quincuagésimo día; una época que san Atanasio designa como la más gozosa (laetissimum spatium).
Celebrar la resurrección.  El misterio de la resurrección recorre todo este tiempo. Se lo contempla bajo todos sus aspectos durante los cincuenta días. La buena nueva de la salvación es la causa del regocijo de la Iglesia. La resurrección se presenta a la vez como acontecimiento y como realidad omnipresente, como misterio salvador que actúa constantemente en la Iglesia. Así se deduce claramente del estudio de la liturgia pascual. Comenzando el domingo de pascua y su octava, advertimos que los evangelios de cada día nos relatan las varias manifestaciones del Señor resucitado a sus discípulos: a María Magdalena y a las otras mujeres, a los dos discípulos que iban camino de Emaús, a los once apóstoles sentados a la mesa, en el lago de Tiberíades, a todos los apóstoles, incluido Tomás. Estas manifestaciones visibles del Señor, tal como las registran los cuatro evangelistas, pueden considerarse el tema mayor de la liturgia de la palabra. Así es ciertamente en la octava, en la que cada día se nos presenta el acontecimiento de pascua bajo una luz nueva.
Después de la octava, no se pierde de vista la resurrección, sino que se la contempla desde una perspectiva diferente. Ahora se destaca sobre todo la presencia activa en la Iglesia de Cristo glorificado. Se lo contempla como el buen pastor que desde el cielo apacienta a su rebaño, o como el camino que lleva al Padre, o bien como la fuente del Espíritu y el que da el pan de vida, o como la vid de la cual obtienen la vida y el sustento los sarmientos.
Considerada, pues, como acontecimiento histórico y como misterio que afecta a nuestra vida aquí y ahora, la resurrección es el foco de toda la liturgia pascual. Es éste el tiempo de la resurrección y, por tanto, de la nueva vida y la esperanza.
Y como este misterio es realmente una buena nueva para el mundo, es preciso atestiguarlo y proclamarlo. Los evangelios nos presentan el testimonio apostólico y exigen de nosotros la respuesta de la fe. También hay otros escritos del Nuevo Testamento, como los Hechos de los Apóstoles, que han consignado. para nosotros el testimonio que los discípulos dieron de "la resurrección del Señor Jesús".
Participar de la resurrección. Durante el tiempo de pascua no celebramos sólo la resurrección de Cristo, la cabeza, sino también la de sus miembros, que comparten su misterio. Por eso el bautismo tiene tan gran relieve en la liturgia. Por la fe y el bautismo somos introducidos en el misterio pascual de la pasión, muerte y resurrección del Señor. La exhortación de san Pablo que se lee en la vigilia pascual resuena a lo largo de toda esta época:
Los que por el bautismo fuimos incorporados a Cristo, fuimos incorporados a su muerte. Por el bautismo fuimos sepultados con él en la muerte, para que, así como Cristo fue despertado de entre los muertos por la gloria del Padre, así también nosotros andemos en una vida nueva (Rom 6,3-11).
No basta con recordar el misterio, debemos mostrarlo también con nuestras vidas. Resucitados con Cristo, nuestras vidas han de manifestar el cambio que ha tenido lugar. Debemos buscar "las cosas de arriba, donde Cristo está sentado a la diestra de Dios" (Col 3,1). Esto significa compartir la libertad de los hijos de Dios en Jesucristo. Consideraremos estas gracias de la pascua en el próximo capítulo.
Todo el misterio de la redención. La conmemoración litúrgica de la resurrección está en el corazón del tiempo pascual. Sin embargo, ésta no agota todo el contenido de este período. Pertenecen también a este tiempo los gloriosos misterios de la ascensión y pentecostés. Sin ellos, la celebración del misterio pascual quedaría incompleta.
Parece ser que en los primeros tiempos cristianos, antes de que el año litúrgico comenzara a adquirir forma en el siglo IV, la ascensión y pentecostés no se celebraban como fiestas aparte. Pero estaban incluidas en la comprensión global de la pascua que tenía la Iglesia entonces. Se conmemoraban implícitamente dentro de los cincuenta días y eran tratadas como partes integrantes de la solemnidad pascual. Por eso no es extraño que se refiriesen a todo el período pascual como "la solemnidad del Espíritu".
El padre Robert Cabié, en un estudio exhaustivo de pentecostés en los primeros siglos, observa que la Iglesia primitiva, en su celebración de lo que ahora llamamos tiempo pascual, conmemoraba todo el misterio de la redención. Esto incluía la resurrección, las manifestaciones del Señor resucitado, su ascensión a los cielos, la venida del Espíritu Santo, la presencia de Cristo en su Iglesia y la expectación de su vuelta gloriosa.
A la luz de lo que sabemos de la cristiandad primitiva, el período de pentecostés celebraba el misterio cristiano en su totalidad, de la misma forma que el domingo, día del Señor, celebraba todo el misterio pascual. El domingo semanal y el "gran domingo" introducen ambos al cuerpo de Cristo en la gloria adquirida por la cabeza.
La experiencia de la Iglesia primitiva puede enriquecer nuestra comprensión del tiempo pascual. La conciencia viva de la presencia de Cristo en su Iglesia era parte importante de esta expresión. Dicha presencia continúa poniéndose de relieve en la liturgia y se simboliza en el cirio pascual que permanece en el presbiterio. Los Hechos de los Apóstoles nos recuerdan los cuarenta días que median entre pascua y la ascensión como el tiempo en que el Señor resucitado está con sus discípulos. Como en tiempos pasados, la Iglesia conmemora hoy esta presencia histórica, al mismo tiempo que celebra la presencia de Cristo aquí y ahora en el misterio de la liturgia. Durante el tiempo pascual, la Iglesia, esposa de Cristo, se alegra por haberse reunido de nuevo con su esposo (cf Lc 5,34-35). (Fuente: Mercaba.org)

domingo, 8 de abril de 2012

La Resurrección de Jesús

¿Cómo ocurrió la resurrección de Jesús? Muy de madrugada del domingo, varias mujeres, de las que habían acompañado a Jesús hasta su sepultura, quisieron volver al sepulcro. Eran María Magdalena, Salomé, María, la madre de Santiago, Juana y las demás mujeres que estaban con ellas. Habían comprado bálsamos aromáticos para ungir el cuerpo de Jesús.  Al ir camino del sepulcro, se decían una a otra: “¿Quién nos removerá la piedra de la entrada del sepulcro?” Pero de pronto hubo un gran terremoto. El ángel del Señor descendió del cielo, removió la piedra y se sentó sobre ella. Su aspecto era como un relámpago, y su vestidura blanca como la nieve. Los guardias temblaron y quedaron como muertos. El ángel entró en el sepulcro, y se sentó. Los soldados de la guardia fueron a la ciudad y dieron aviso a los principales sacerdotes de todas las cosas que habían acontecido.Mientras tanto, las mujeres llegaron al sepulcro. Ya estaba más claro, y pudieron ver que el sepulcro estaba abierto: la losa que debía tapar la boca del sepulcro, estaba rodada al lado, y por allí no se veía ningún soldado. Algunas de las mujeres, con María Magdalena, inmediatamente pensaron: “Se han robado al Señor”. Se dieron media vuelta y fueron a avisar a los discípulos.
¿Y qué hace el grupo principal de las mujeres? Mientras tanto, las otras mujeres se acercaron al sepulcro, y vieron dentro a dos ángeles, uno a la cabecera y el otro a los pies del sepulcro. Los ángeles dicen a las mujeres: ¿Por qué buscan entre los muertos al que vive?  No está aquí; más bien, ha resucitado. Acuérdense de lo que les dijo cuando estaba aún en Galilea: "Es necesario que el Hijo del Hombre sea entregado en manos de hombres pecadores, y que sea crucificado y resucite al tercer día”. Vengan y vean el lugar donde estaba puesto. Y vayan de prisa y digan a sus discípulos y a Pedro que ha resucitado de entre los muertos. Entonces ellas salieron a toda prisa del sepulcro, y corrieron a dar la noticia a sus discípulos.  Jesús les salió al encuentro, diciendo: ¡Saludos!  Ellas se echaron a sus pies y le adoraron. Entonces Jesús les dijo: No teman. Vayan, den las nuevas a mis hermanos, para que vayan a Galilea. Allí me verán.
Mientras tanto, ¿qué pasó con María Magdalena y las otras mujeres? Ellas avisaron a los Apóstoles, especialmente a Pedro, y le dicen: “Se han robado al Señor”. Inmediatamente Pedro y Juan salen juntos corriendo hacia el sepulcro. Pero Juan, que era más joven, corría más que Pedro. Así que se adelantó y llegó primero al sepulcro. Pero esperó a Pedro.
Muy educado este Juan, ¿no? Sí. Y eso que Juan sabía que Pedro había negado al Señor tres veces durante la Pasión. Él en cambio había acompañado a Jesús y a su madre hasta el Calvario. Esto de esperar a Pedro es un gesto de aceptación y reconciliación.
Pero una vez que llegó Pedro, entraron los dos al sepulcro. Vieron las vendas en el suelo. “Y el sudario, que había estado sobre su cabeza, no estaba con las vendas, sino enrollado en un lugar aparte”. Los dos quedaron muy impresionados. En concreto Juan comenzó a creer algo: “vio y creyó”.  Y se volvieron a casa. A Pedro se le apareció Jesús después, dice el evangelista Lucas.
¿Y  qué hizo María Magdalena? María no se quedó tranquila. Ella volvió al sepulcro. Vio a Pedro y a Juan que se iban del sepulcro, pero ella se quedó allí llorando frente a él. Entonces miró dentro del sepulcro. Y vio dos ángeles en ropas blancas que estaban sentados, el uno a la cabecera, y el otro a los pies, donde el cuerpo de Jesús había sido puesto.  Pero ella no los reconoce como ángeles. Ellos le preguntan a María: “¿Por qué lloras?”, y ella explica con las lágrimas en sus ojos: “Porque se han llevado a mi Señor, y no sé dónde le han puesto”. Entonces María se vuelve, miró atrás, y vio a Jesús que estaba allí; mas no sabía que era Jesús. Creía que era el jardinero. Pero Jesús la llama por su nombre: “María”. Al oír la voz de Jesús, María lo reconoce, lo llama “Rabboni” (Maestro), y se lanza a sus pies. Jesús le dice: “Déjame, pero vete a mis hermanos, y diles: ‘Subo a mi Padre y a vuestro Padre, a mi Dios y a vuestro Dios’”.  Por eso a María Magdalena se le llama “Apóstol de los Apóstoles”. Los judíos tenían el sábado como el día de descanso semanal, pues en la Creación del mundo, Dios descansó al séptimo día. Los cristianos lo cambiaron al domingo, porque la resurrección de Jesús, el hecho más importante de la humanidad, ocurrió en domingo. Decimos “Felices Pascuas” (de Resurrección). Y en Navidad decimos: “Felices Pascuas” (de Navidad). Cristo ha resucitado. Cristo vive. Aleluya. Éste fue el primer grito de fe, de vida nueva, y de victoria definitiva. En algunas partes de Bolivia se tiene hoy la costumbre popular de la “Quema de Judas”. Feliz Pascua de Resurreccion!!!!!

martes, 28 de febrero de 2012

La Quaresima

La pioggia colorata di coriandoli ha già la-sciato spazio alle Ceneri, segno pasquale che ci ha introdotto nel grande tempo della Quaresima. Sistemati in ordine i travesti-menti del carnevale, ora è tempo di abbandonare tutte le nostre maschere. Con Gesù ci inoltriamo nel deserto per quaranta giorni. E' un tempo per verificare la nostra fede e rinvigorire il nostro cammino di discepoli. E' un tempo per ascoltare e ascoltarci, per (ri)scoprire il silenzio e la calma. E' un tempo per semplificare, per mettere ordine, per dare una gerarchia evangelica ai nostri impegni. E' un tempo di vivificazione, più che di mortificazione. Un tempo da preparare, da scegliere, da desiderare. E' un tempo di conversione per invertire le nostre rotte.
La tradizione ci consegna tre parole chiave: digiuno, preghiera e carità. Digiunare per sentire la fame, per scoprire che non basto a me stesso e che il mio egoismo non può nutrirmi. Digiunare per imparare a dire dei "no" che mi aprono a dei "sì" che allargano il cuore. Oltre al digiuno dal cibo - necessario e insostituibile - ci sono molti altri terreni in cui sperimentarsi, ognuno si scelga quello più urgente nel suo cammino spirituale. Mi permetto solo di consigliare un po' a tutti il digiuno dal pettegolezzo, per imparare a guardare l'altro così come lo guarda Dio, senza giudicare.
Pregare per trovare uno spazio quotidiano di deserto, di intimità con Gesù e la sua Parola. Pregare per riconoscere la mia totale appartenenza a Dio. Stabilire un tempo, trovare un luogo e mettersi in ascolto della Parola è un appuntamento irrinunciabile nella vita del discepolo. Senza fretta. Senza pretendere di "sentire" chissà cosa. Senza troppe parole. Stare davanti a Lui, questo conta.
Carità per ricordarmi che la fede deve cambiare anche le mie mani. Carità non significa dare quello che avanza o che non serve più, ma stare attenti ai bisogni dell'altro, condividere i doni che ho ricevuto, non chiudermi nel possesso che marcisce le ricchezze del cuore.
Di certo non mancano le proposte per vive-re esperienze concrete di carità, scegliamo-ne una e rimaniamo fedeli. Ma non dimentichiamoci che la carità più urgente e capa-ce di contagio, è quella della quotidianità, tra le mura domestiche, nella scuola, nel lavoro e pure nel tempo libero.

Buona quaresima!!!

miércoles, 22 de febrero de 2012

Mercoledì delle Ceneri

L'origine del Mercoledì delle ceneri è da ricercare nell'antica prassi penitenziale. Originariamente il sacramento della penitenza non era celebrato secondo le modalità attuali. Il liturgista Pelagio Visentin sottolinea che l'evoluzione della disciplina penitenziale è triplice: "da una celebrazione pubblica ad una celebrazione privata; da una riconciliazione con la Chiesa, concessa una sola volta, ad una celebrazione frequente del sacramento, intesa come aiuto-rimedio nella vita del penitente; da una espiazione, previa all'assoluzione, prolungata e rigorosa, ad una soddisfazione, successiva all'assoluzione".
La celebrazione delle ceneri nasce a motivo della celebrazione pubblica della penitenza, costituiva infatti il rito che dava inizio al cammino di penitenza dei fedeli che sarebbero stati assolti dai loro peccati la mattina del giovedì santo. Nel tempo il gesto dell'imposizione delle ceneri si estende a tutti i fedeli e la riforma liturgica ha ritenuto opportuno conservare l'importanza di questo segno.
La teologia biblica rivela un duplice significato dell'uso delle ceneri.

1 - Anzitutto sono segno della debole e fragile condizione dell'uomo. Abramo rivolgendosi a Dio dice: "Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere..." (Gen 18,27). Giobbe riconoscendo il limite profondo della propria esistenza, con senso di estrema prostrazione, afferma: "Mi ha gettato nel fango: son diventato polvere e cenere" (Gb 30,19). In tanti altri passi biblici può essere riscontrata questa dimensione precaria dell'uomo simboleggiata dalla cenere (Sap 2,3; Sir 10,9; Sir 17,27).
2 - Ma la cenere è anche il segno esterno di colui che si pente del proprio agire malvagio e decide di compiere un rinnovato cammino verso il Signore. Particolarmente noto è il testo biblico della conversione degli abitanti di Ninive a motivo della predicazione di Giona: "I cittadini di Ninive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, dal più grande al più piccolo. Giunta la notizia fino al re di Ninive, egli si alzò dal trono, si tolse il manto, si coprì di sacco e si mise a sedere sulla cenere" (Gio 3,5-9). Anche Giuditta invita invita tutto il popolo a fare penitenza affinché Dio intervenga a liberarlo: "Ogni uomo o donna israelita e i fanciulli che abitavano in Gerusalemme si prostrarono davanti al tempio e cosparsero il capo di cenere e, vestiti di sacco, alzarono le mani davanti al Signore" (Gdt 4,11).
La semplice ma coinvolgente liturgia del mercoledì delle ceneri conserva questo duplice significato che è esplicitato nelle formule di imposizione: "Ricordati che sei polvere, e in polvere ritornerai" e "Convertitevi, e credete al Vangelo". Adrien Nocent sottolinea che l'antica formula (Ricordati che sei polvere...) è strettamente legata al gesto di versare le ceneri, mentre la nuova formula (Convertitevi...) esprime meglio l'aspetto positivo della quaresima che con questa celebrazione ha il suo inizio. Lo stesso liturgista propone una soluzione rituale molto significativa: "Se la cosa non risultasse troppo lunga, si potrebbe unire insieme l'antica e la nuova formula che, congiuntamente, esprimerebbero certo al meglio il significato della celebrazione: "Ricordati che sei polvere e in polvere tornerai; dunque convertiti e credi al Vangelo".
Il rito dell'imposizione delle ceneri, pur celebrato dopo l'omelia, sostituisce l'atto penitenziale della messa; inoltre può essere compiuto anche senza la messa attraverso questo schema celebrativo: canto di ingresso, colletta, letture proprie, omelia, imposizione delle ceneri, preghiera dei fedeli, benedizione solenne del tempo di quaresima, congedo.
Le ceneri possono essere imposte in tutte le celebrazioni eucaristiche del mercoledì ma sarà opportuno indicare una celebrazione comunitaria "privilegiata" nella quale sia posta ancor più in evidenza la dimensione ecclesiale del cammino di conversione che si sta iniziando.

sábado, 11 de febrero de 2012

Tanta neve a Bassano in Teverina scuole chiuse

Oggi 10 febbraio, dopo una tregua di quasi una settimana, ha ripreso a nevicare. Meno male che abbiamo un bravissimo Sindaco, lui in persona ha guidato i lavori sulle strade del paese.  Il sindaco Alessandro Romoli ha prorogato la chiusura delle scuole fino a lunedì prossimo. In parrocchia pure non c’è stato il catechismo.   
Il paese  si è cominciata ad imbiancare alle prime luci dell'alba e la neve è scesa ininterrottamente per tutta la giornata fino a mezza notte. Tutto il territorio e anche colpito da un forte vento gelido. Un bella esperienza perché fu la prima volta che io ho potuto vedere tanta neve insieme.

viernes, 20 de enero de 2012

Las consecuencias psicológicas del aborto

Autor: Dr. Luis Salinas (* Médico psiquiatra. Colaborador de la Asociación civil Defensoría de la vida humana. www.defenvida.org.ar)
Fuente: valoresreligiosos.com.ar

Es mucho lo que se ha investigado y muy poco lo que se ha divulgado acerca de las repercusiones psicológicas que produce la interrupción voluntaria de un embarazo. Lo cierto es que esta elección no es gratuita. Los problemas emocionales que pueden darse de forma inmediata son la negación del hecho (las mujeres se dicen a sí mismas: "Esto no me pasó a mí"), la supresión del hecho (se dicen: "Me pasó pero no quiero pensar en esto") o, en un número escaso de casos, la presencia de rígidos mecanismos de defensa para evitar sentimientos de culpa (piensan: "Ya pasó y no me importa"). Estos afectos reprimidos, suprimidos o disociados causan disturbios emocionales tales como afecciones psicosomáticas, psiquiátricas o del comportamiento.

Se puede instaurar entonces el conocido síndrome post-aborto (que se manifiesta a través de palpitaciones, anorexia, depresión, trastornos en el rendimiento social y laboral, rupturas vinculares).

Entre las consecuencias mediatas, es posible reconocer el síndrome por estrés postraumático: las mujeres experimentan reiterados recuerdos del acontecimiento que provocan intenso malestar, mayor aún cuando llegaron a la decisión de someterse a un aborto forzadas por otros o si fueron víctimas de abuso sexual. En algunos casos se presentan también depresiones que, sin tratamiento, pueden evolucionar en cuadros más graves como lo son las tendencias suicidas. Por último, la negación de la muerte del niño no deseado puede inducir al abuso de sustancias, siendo lo más común el reforzamiento del hábito de fumar, el consumo de alcohol o de drogas.

Otros cuadros que se observan son las disfunciones sexuales crónicas (frigidez y anorgasmia), los desórdenes alimentarios y los problemas crónicos de relación. La interrupción voluntaria del embarazo constituye un homicidio; la vida de la mujer embarazada es sumamente valiosa, pero resulta absurdo pretender que la forma de cuidar y proteger esa vida sea destruyendo otra. Diversas entidades religiosas y otras no confesionales sostienen este concepto; entre las segundas, la organización no gubernamental Defensoría de la Vida Humana se refiere al homicidio prenatal como "el acto voluntario que interrumpe el proceso natural de gestación provocando deliberadamente la muerte de la persona por nacer" .

Por eso, considero que es importante dar a conocer esta información a toda mujer o pareja que se plantea la decisión de abortar, orientar, acompañar en situaciones o procesos complejos a quienes se encuentran en vías de tomar una decisión que puede afectar a más de una persona.

La interrupción voluntaria del embarazo definitivamente no es una "solución" para ninguna mujer. Lo expone con claridad A. D''Agostino, vicepresidente de Comunicaciones del Population Research Institute al afirmar que "el aborto mata a un niño y daña a la mujer, eventualmente en su cuerpo y más frecuentemente en su mente. De modo que ¿para quién puede ser bueno el aborto?"

lunes, 16 de enero de 2012

IIIª Domenica del Tempo Ordinario Anno “B”

La prima missione dei discepoli di Cristo sta in quel verbo greco tanto ricco di significati: metanoêite, che indica un deciso cambio di mentalità. Effettuare questa inversione a U nella propria vita, come singoli e come comunità, è necessario e urgente. La conversione senza necessariamente che si verifichino condizioni eclatanti, eventi che fanno scalpore è un passaggio preliminare e indispensabile che produce libertà e sapienza. Non serve dichiararsi cristiani, se non siamo convertiti, se siamo lontani dal credere al vangelo, se nei nostri comportamenti pratici non professiamo di trovare il senso del nostro essere nel Dio di Gesù Cristo. Guai a noi se lasciassimo la conversione a pochi eletti, se la ritenessimo il privilegio di una élite spirituale! La conversione è ancora annunziabile al mondo, se prima è stata esperienza nostra: di noi singoli e di noi popolo.